Se gestisci i profili LinkedIn di qualche cliente e a fine giugno hai notato la reach scendere senza un motivo apparente, non è un caso isolato. Tra fine maggio e inizio giugno 2026 LinkedIn ha modificato tre meccaniche di distribuzione dei contenuti, e le prime analisi sui numeri meritano attenzione prima di chiudere il piano contenuti del prossimo trimestre.
Non è l’ennesimo aggiornamento cosmetico. Tocca proprio le leve che molte agenzie usano da anni per far girare i post dei clienti: la condivisione, il tipo di engagement che conta davvero, e il modo in cui il link nel post viene trattato dall’algoritmo.
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Cosa è cambiato a giugno
Gli aggiornamenti riguardano tre punti precisi.
Il pulsante di condivisione pesa molto meno nella distribuzione. Fino a poco tempo fa era una leva affidabile: far condividere un post ai dipendenti o ai contatti del cliente gli dava una spinta prevedibile. Ora quella spinta si è ridotta in modo netto.
La qualità dell’engagement conta più della quantità. L’algoritmo distingue sempre meglio un commento che aggiunge qualcosa alla discussione da un “complimenti, ottimo post” lasciato per abitudine.
I link esterni vengono penalizzati nella distribuzione. Un post che porta fuori da LinkedIn, verso il sito o il blog del cliente, parte già svantaggiato rispetto a un post che tiene la conversazione dentro la piattaforma.
Il risultato pratico è semplice da dire e un po’ scomodo da digerire: se il piano editoriale di un cliente si basava su “pubblica, fai condividere al team, metti il link all’articolo”, quella formula oggi rende molto meno di sei mesi fa.
I dati: il testo nativo batte i caroselli PDF
Per un anno e mezzo i caroselli PDF sono stati il formato di riferimento per il B2B su LinkedIn, e non a caso: performavano bene, quasi sempre meglio degli altri formati. Quel copione va rivisto.
Un’analisi su 147 account B2B tra tecnologia, servizi professionali e manifatturiero mostra che i post di solo testo, con formattazione semplice, ottengono in media il 28% di reach in più e il 34% di engagement in più rispetto ai caroselli pubblicati nello stesso periodo.
Il motivo sembra doppio. Il post di testo si legge e si commenta subito, senza clic né swipe. Il carosello richiede più passaggi, e con l’engagement bait e i contenuti passivi sempre più penalizzati, quel passaggio in più costa caro in termini di distribuzione.
Cosa significa per chi gestisce contenuti per conto di clienti
Il primo problema che ti troverai davanti è spiegare al cliente perché la reach è scesa senza che sia cambiato nulla nella qualità dei contenuti. Vale la pena dirlo chiaro, anche se scomodo: non è un problema di contenuto, è disallineamento con l’algoritmo. Un cliente che vedeva 5.000 impression a post e ora ne vede 3.000 non ha ricevuto un servizio peggiore. Sta subendo un cambiamento di piattaforma che riguarda tutti, cliente compreso se decidesse di gestirsi i contenuti da solo.
Detto questo, del lavoro da fare c’è, e va comunicato come tale: il piano editoriale va aggiustato, non lasciato uguale sperando che si sistemi da solo.
Per un’agenzia che gestisce più clienti, questo è anche il momento per rivedere il mix di formati portfolio per portfolio. Chi ha costruito una strategia quasi interamente su caroselli ha più lavoro da fare di chi già alternava i formati.
Cosa fare da qui in avanti
Sposta il baricentro verso il testo nativo, tenendo i caroselli per i casi in cui servono davvero (framework, dati da spiegare passo passo), non come formato di default.
Se un post deve linkare fuori, valuta di mettere il link nel primo commento invece che nel testo del post: eviti così la penalizzazione diretta sulla distribuzione.
Punta su contenuti che generano discussione vera, non su domande chiuse tipo “sei d’accordo? sì o no”. L’algoritmo li riconosce e li tratta diversamente dai commenti sostanziali.
Rivedi la dipendenza dalla condivisione come leva di reach. Se un cliente si aspettava risultati dal “fate condividere ai dipendenti”, l’aspettativa va ricalibrata insieme al piano di contenuti.
Dai tempo alla transizione quando cambi formato: un account che passa da caroselli a testo nativo non recupera la reach in un giorno, serve qualche settimana perché l’algoritmo si tari sul nuovo pattern.
Nessuna di queste mosse garantisce risultati automatici, ma sono le uniche coerenti con i dati che abbiamo oggi. Il resto è testare sul singolo cliente e guardare i numeri, non applicare la stessa ricetta a tutti.


