Negli ultimi due anni, chiunque gestisse un sito web ha assistito a qualcosa di preciso: Google risponde sempre più spesso in modo diretto, senza mandare nessuno da nessuna parte.
Le risposte AI di Google, tra AI Overviews e AI Mode, sono sempre più complete, sempre più visibili, e i link ai siti sottostanti finiscono sepolti in fondo alla pagina o del tutto ignorati.
A giugno 2026, Google ha annunciato cinque modifiche al modo in cui i link funzionano all’interno di queste risposte. Vale la pena capire cosa cambia, perché in parte è una buona notizia, e in parte no.
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Perché i link nelle risposte AI erano un problema
Quando AI Overviews risponde a una domanda, cita delle fonti. Il problema è che quelle citazioni erano costruite male: link collocati sotto la piega della pagina, poco visibili, presentati in modo da scoraggiare il clic. Chi cercava approfondimenti spesso non li trovava, o non si accorgeva nemmeno che esistessero.
Le conseguenze si vedono nei numeri. Analisi di settore internazionale indicano che l’introduzione di AI Overviews ha correlato con un calo del 58% nel tasso di clic per le pagine nelle prime posizioni, e che i referral da Google Search verso i publisher sono scesi di circa il 33% nell’anno fino a novembre 2025. Sono stime, non cifre ufficiali di Google, ma la direzione è chiara e chiunque lavori su siti con traffico organico lo ha visto nei propri dati.
Questo ha innescato un problema di reputazione per Google, non solo commerciale. Publisher, legislatori e avvocati hanno iniziato a fare pressione. Il risultato, almeno in parte, sono questi cinque interventi.
I cinque miglioramenti che Google ha introdotto
1. Link nel corpo della risposta, non solo in fondo
Il cambiamento più sostanziale. Fino ad ora, i link comparivano quasi sempre come note a margine o in un blocco a fondo risposta, slegati dal testo. Da ora, Google introduce link inline direttamente nel corpo delle risposte AI, collegati alla parte specifica di testo che li giustifica. Chi legge può cliccare nel momento in cui l’informazione è rilevante, non dopo.
È lo stesso principio di qualsiasi articolo ben fatto: il link va dove ha senso, non in fondo come citazione bibliografica che nessuno guarda.
2. Anteprima al passaggio del mouse (solo desktop)
Su desktop, Google introduce un hover preview: passando il mouse su un link all’interno di una risposta AI, si vede un’anteprima della fonte. Titolo, immagine, breve estratto. Non è una novità assoluta nel web, ma applicata alle risposte AI aiuta chi legge a decidere se vale la pena aprire quella pagina.
È un dettaglio piccolo, ma conta: riduce l’attrito tra la risposta e il clic.
3. Il badge “Subscribed” per le fonti a cui l’utente è abbonato
Questo è il più interessante dal punto di vista strategico, anche se riguarda principalmente publisher e testate. Quando un utente è abbonato a una pubblicazione, i link a quella fonte ricevono un badge “Subscribed” visibile nella risposta AI. Google dice che le prime sperimentazioni mostrano una probabilità significativamente più alta di clic sui link contrassegnati.
Per chi gestisce siti aziendali il meccanismo non si applica direttamente, ma il principio sì: Google sta iniziando a usare la relazione tra utente e fonte come segnale di visibilità. Chi ha un pubblico fedele parte avvantaggiato.
4. “Further Exploration” e prospettive della community
Google aggiunge due elementi nuovi alle risposte AI. Il primo è una sezione “Further Exploration” in coda alla risposta, con link a contenuti che approfondiscono il tema. Il secondo porta in superficie prospettive provenienti da forum, discussioni online e social media, in modo simile a quello che succede già con alcuni risultati di ricerca che includono post di Reddit.
La logica è duplice: dare all’utente più percorsi di approfondimento, e riconoscere che la risposta AI non è mai l’ultima parola su un argomento complesso.
5. Preferred Sources integrate nelle risposte AI
Il quinto miglioramento è collegato all’espansione dei Preferred Sources, annunciata a fine maggio. Quando un utente ha indicato una fonte come preferita nelle impostazioni di Google, quella fonte riceve visibilità aggiuntiva anche all’interno delle risposte AI, con un badge “Preferred” accanto al link.
Non è un segnale algoritmico classico: dipende dal fatto che un utente abbia scelto attivamente quella fonte. Ma Google riporta che le fonti preferite vengono cliccate circa il doppio rispetto alle altre.
È abbastanza? La risposta onesta
No, non ancora. Lo stesso Barry Schwartz, tra le voci più seguite nell’ambiente SEO internazionale, ha commentato questi cinque aggiornamenti con una domanda retorica nel suo report mensile di giugno: “Is it enough?”
Il problema di fondo rimane. Google ha costruito un sistema che risponde al posto dei siti, e ora cerca di aggiustarne le conseguenze senza toccare la struttura. I miglioramenti ai link sono un segnale che Google è consapevole del problema, non una soluzione strutturale. Il traffico organico non tornerà ai livelli pre-AI Overviews grazie a link più visibili.
Detto questo, la direzione è quella giusta. Per la prima volta, Google ha pubblicamente riconosciuto che l’esperienza di linking nelle risposte AI non stava servendo bene i publisher. I regolatori in UK, EU e USA stanno monitorando l’andamento.
Cosa fare adesso se hai un sito aziendale o gestisci siti per i clienti
La prima è lavorare sui dati strutturati. Le analisi di settore mostrano che le pagine citate all’interno di AI Overviews sono prevalentemente quelle con structured data pulito: schema Organization, Article, SameAs, dati NAP coerenti. Non è una garanzia di citazione, ma è il presupposto tecnico per essere presi in considerazione.
La seconda è iniziare a lavorare sull’essere selezionati come Preferred Source dai propri utenti. Google ha pubblicato una documentazione specifica per i publisher su come incoraggiare i lettori ad aggiungere il proprio sito alle fonti preferite, inclusa la possibilità di integrare un pulsante dedicato sul sito. Non è una tattica per domani mattina, ma chi inizia adesso avrà un vantaggio reale tra sei mesi.
La terza è più scomoda: smettere di usare impressioni e CTR dei periodi 2025-2026 come benchmark. Il bug di Search Console durato 50 settimane ha reso quei dati inaffidabili per molte proprietà. Se stai confrontando le performance attuali con quelle di un anno fa, potresti stare confrontando due cose che non sono misurabili allo stesso modo.
Il quadro complessivo è questo: Google sta cercando di far sembrare che AI Mode e AI Overviews siano compatibili con un web aperto. Forse ci riuscirà, forse no. Nel frattempo, i siti che si posizionano meglio sono quelli con dati tecnici puliti, autorevolezza riconoscibile e un pubblico che li cerca attivamente.
Non è cambiato molto rispetto a prima, in realtà.


